Agrovoltaico: sarà l’insalata a produrre energia pulita?


Avete mai sentito parlare dell’agrovoltaico? Vi spieghiamo di cosa si tratta e perché è così interessante soprattutto ora che anche in Italia – per esempio al confine tra Emilia Romagna e Lombardia – ci sono già diversi ettari coltivati secondo questi criteri. A Uta, nella città metropolitana di Cagliari, è in pista un progetto per un parco agrovoltaico con una potenza di 60 megawatt sui terreni di un’azienda agricola. Ci sono altre iniziative in Puglia e in Sicilia.
Cos’è l’agrovoltaico?
Si tratta di una tecnologia emergente: metà agricoltura, metà energie rinnovabili. La resa agricola è garantita e l’energia prodotta senza consumo di suolo ed emissioni inquinanti in atmosfera. Il problema è che in Italia mancano ancora linee guida per la progettazione degli impianti in termini di altezza dal suolo e distanza tra le fila per citare due dei parametri più importanti. L’Enea ha proposto di recente di utilizzare una parte delle risorse del Recovery Fund per realizzare una stazione di sperimentazione dove mettere alla prova le possibili integrazioni virtuose tra attività rurali ed energie pulite.
L’energia dalle piante
In molti casi le piante fanno economia di radiazioni solari e usano solo quelle necessarie per la fotosintesi come ha dimostrato uno studio sulla lattuga della North Carolina University pubblicato a metà marzo sulla rivista Cell Reports Physical Science. La Lactuca sativa coltivata in serra non sembra fare una grande differenza tra una normale vetrata e un tetto fotovoltaico: per crescere le serve solo una parte delle lunghezze d’onda della luce. Così i ricercatori hanno sviluppato pannelli in grado di filtrare solo quelle necessarie alla pianta. Il resto viene convertito in energia. I risultati, anche valutando numero e dimensioni delle foglie, livelli di antiossidanti e quantità di anidride carbonica assorbita, sono identici a quelli della lattuga coltivata in modo tradizionale. Una precedente indagine dell’Università del Sacro Cuore aveva rivelato che, alcune cultivar, sotto i pannelli rendono del 4,3% in più rispetto al campo aperto.
Sotto i pannelli si risparmia il 328% di acqua. Secondo un recente rapporto dell’associazione SolarPower Europe sarebbe sufficiente destinare a questa tecnologia l’1% dei terreni coltivabili nella Ue per produrre oltre 700 gigawatt di energia pulita, quanto basta per alimentare oltre un centinaio di milioni di abitazione, e una forma di agricoltura più sostenibile.
Per arrivare ai 35 GW (Gigawatt) di fotovoltaico previsti dal Piano nazionale integrato energia e clima sarebbero sufficienti 50mila ettari, pari ai due quinti dei terreni abbandonati ogni anno dagli agricoltori. Secondo la Banca d’Italia si devono intraprendere politiche finanziare mirate a creare “un ambiente favorevole allo sviluppo di strumenti di investimento” per “finanziare la diffusione e la crescita delle attività economiche più ecosostenibili”.
Questo tipo di sistema sarebbe un vantaggio sia per i campi che per il clima: da un lato ci sarebbero benefici per gli investitori energetici, che possono usufruire di terreni altrimenti non utilizzabili oltre a contenere i costi grazie all’affitto e alla manutenzione condivisa degli impianti, riducendo l’impatto ambientale; dall’altro i benefici per gli agricoltori riguarderebbero la possibilità di rifinanziamento delle proprie attività rilanciandole economicamente e progettualmente, incrementando la produttività, oltre a disporre di un sostegno economico che può essere utile a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici.
In attesa che l’Italia si metta in pari e regolamenti queste importanti opportunità, possiamo iniziare a sognare che il nostro orto produca energia…con la lattuga.